sabato 25 gennaio 2014

Marocco: la medina

Medina di Fes

La città araba tradizionale, o medina, vista dall’alto assomiglia ad un labirinto, ad un mosaico di alveoli color ocra, beige, marrone scuro o rosa legati gli uni agli altri, dai quali emergono eleganti minareti e cupole rivestite di tegole verdi. La medina ha conservato la forma del XII secolo, ossia quello di un agglomerato chiuso in se stesso, al riparo dalle incursioni nemiche e dalle lotte dinastiche così frequenti in quel tempo ed è racchiusa entro spesse mura color sabbia interrotte da porte monumentali e scandita da massicce torri merlate. A Marrakech 200 torri quadrate punteggiano i 19 km della cerchia; a Meknes, nel ‘600, una tripla muraglia lunga 40 km, munita di cammino di ronda, piattaforme per i cannoni e 20 porte, circondava la medina e gli innumerevoli palazzi del sultano Moulay  Ismail. L’apparente disordine che si presenta come un garbuglio di stradine, vicoli ciechi, passaggi coperti e scalinate, cela in realtà un’organizzazione che risponde ad una logica. Strutturata intorno al centro religioso (la Grande Moschea, quella del venerdì, in cui tutti i credenti convergono per la preghiera comune) e ai suq, la medina tiene ben distinte vita privata e vita sociale. Nei pressi della Grande Moschea e del centro commerciale non ci sono abitazioni. E’ il luogo delle madrase, dei mausolei, degli hammam, dei fondouk ( eredi degli antichi caravanserragli, oggi ospitano laboratori artigianali). I quartieri residenziali formano nuclei a se stanti.
Gli assi stradali fondamentali collegano le porte della cinta lungo le direttrici nord- sud ed est- ovest, intersecando strette stradine che si ramificano a loro volta in vicoli, ciechi o non, di uso esclusivo degli abitanti. La medina è suddivisa in quartieri per gruppi sociali, confraternite e corporazioni. Vi regna il silenzio, in forte contrasto con l’attività animata e chiassosa dei suq. Ogni quartiere mantiene una propria autonomia e proprie strutture comunitarie: la moschea, il forno pubblico dove ogni famiglia si reca, al mattino presto, per portare a cuocere il pane, un hammam dove a uomini e donne è riservato un giorno della settimana, una drogheria fornita dei generi di prima necessità( olio, carbone, zucchero e spezie), una scuola coranica, una fontana a cui attingere l’acqua. 
Nelle abitazioni modeste, come nelle ricche dimore, l’intimità è preservata dietro facciate cieche ed austere, interrotte da pesanti portoni di legno ornati di chiodi forgiate e di mani di bronzo-unica concessione alla decorazione esterna- e ovviamente sbarrati. Rare finestre si celano dietro griglie di ferro a volute o a musharabiya. 
La casa marocchina è un universo chiuso, da cui non traspaiono lusso e confort. L’interno, invece, riflette lo spirito del padrone di casa: il numero di dependance, di logge, le dimensioni del riad e la profusione di arredi dipendono dalla ricchezza e dal rango sociale del proprietario. Modesta o agiata, la dar (“casa” in arabo) è l’abitazione più ricorrente nella medina. Si entra attraverso un piccolo corridoio sbieco che non rivela subito i segreti della casa: questa si articola attorno ad un patio, a un cortile squadrato a cielo aperto che lascia entrare l’aria fresca e su cui affacciano le stanze lunghe e strette. Il primo piano, quando esiste, è costituito da una galleria sovrastante il patio e da alcune stanze. Dal cortile, il riad, originariamente giardino chiuso d’ispirazione andalusa, prende nome per estensione la casa d’abitazione cittadina.

tratto da : "Marocco" di Marie - Pascal Rauzier 

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